L’ultimo libro – Parte seconda

Parte Prima

“E così siete venuti finalmente a trovarmi” disse Beer versandosi del vino. “Del vino, Magda?” chiese.

“No, grazie, professore.”

“E tu, Sebastian?”

“Grazie, volentieri, ma non troppo.”

“Che novità mi portate, dunque?”, disse Beer, continuando un discorso iniziato precedentemente.

” Be’, Karl adesso è in Francia, e non è potuto venire. Ha detto di salutarla. Sta seguendo un corso in un’università francese, e probabilmente fra sei mesi, quando lo finirà, avrà già pronta la sua tesi di laurea. Ma non ha voluto dirci l’argomento, forse per scaramanzia. Comunque ci ha scritto che si trova bene, anche se sta studiando moltissimo. Forse presto lo andremo a trovare ” disse Sebastian.

“Si, anche per annunciargli la seconda grande novità della serata.”

“E quale sarebbe questa novità?”

“Io e Magda ci siano fidanzati ieri.” recitò solennemente Sebastian.

“Davvero? Sono molto contento. In fondo l’ho sempre pensato. Addirittura ieri? E siete venuti apposta per dirmelo?”

“Be’, no, eravamo già in viaggio quando è successo il fattaccio. Perchè sa, Sebastian è un guidatore molto lento, e allora abbiamo avuto molto tempo per pensarci. Ed eccoci qui.” disse Magda ridendo.

“Ma ci parli un po’ di lei, professore. Come si trova qui? Il posto sembra molto bello.”

“Si, è incantevole, e anche le camere sono molto grandi e confortevoli. La mia finestra è quella laggiù di angolo. Poi ce n’è un’altra sull’altro lato del palazzo. Sono un privilegiato. Normalmente le camere hanno una sola finestra.”

“E come passa il suo tempo, professore?”

“Mah, io passeggio molto, e leggo. Talvolta la sera vado a vedere qualche vecchio film che proiettano in una sala al pianterreno. E’ il momento della nostalgia. Andavo spesso al cinema da ragazzo. Avevo anche un proiettore in casa. A voi piace andare al cinema?”

“A me molto;” disse Sebastian, “a Magda un po’ meno.”

“Eppure oggi non è la stessa cosa. A quei tempi le immagini erano una cosa rara, preziosa, qualcosa che uno si custodiva dentro, coltivandosela. Non come adesso che dovunque ti volti sei aggredito da colori accesi, plastificati. Ricordo che a me bastò, per innamorarmi del cinema, una scena fugace, in bianco e nero. Non un intero film, solo una scena che vidi per caso, di un film muto. O perlomeno, io non ricordo nessuna voce, nessuna parola associata a quella scena.”

“A me invece non rimangono mai in mente le singole scene. Spesse volte quello che ricordo di un film è un colore, l’impressione di un colore.” disse Magda.

“Si, tranne che il film non sia in bianco e nero.” ironizzò Sebastian. Poi disse seriamente: “A me di un film, come del resto di un libro, non rimane altro che la sensazione di una struttura compiuta in tutte le sue parti. Non mi rimane la storia,- almeno in un primo momento-, nè le immaggini, ma solo l’idea di compiutezza, di edificazione. Solo dopo un certo tempo, nel ricordo, riesco a vedere, a percepire la storia, il linguaggio, le immagini singole.”

“In fondo anche per me è così. Infatti è solo adesso, nel ricordo appunto, che mi tornano in mente immagini e scene. E sono sempre accompagnate da una nostalgia struggente.”

“Si, è vero, è proprio così.” confermò Sebastian.

Rimasero in silenzio per un certo tempo, poi Beer chiese : “Qual’è adesso il vostro programma?”

“Se lei non ha niente in contrario, vorremmo rimanere a farle compagnia per un paio d’ore dopo pranzo, e ripartire quando c’è un pò più di fresco.”

“Si, io non ho orari particolarmente rigidi; potremo anche fare un giro del parco. In questo periodo dell’anno è molto bello, molti alberi sono in fiore. Potresti regalarne qualcuno alla tua fidanzata.” disse Beer.

“Si, certo, Magda ama molto i fiori.” rispose Sebastian.

“Ma intanto, se avete finito, si potrebbe scendere nella mia stanza a riposarci, e magari prendere un caffè. Siete d’accordo?”

“Si, va bene!” dissero i due all’unisono.

“Bene, siete affiatati come coppia!” commentò il professore. I due giovani risero.

Scesi alcuni scalini, si ritrovarono in un lungo corridoio.

“La mia stanza è in fondo” disse il professore.

“Non è poi così lontana dalla terrazza.”

“No, infatti vado spesso lì a leggere.”

Entrarono nella stanza, che risultò arredata molto sobriamente, con un’intera parete di libri.

“Professore,” disse Magda, ” lei ci deve togliere una curiosità. Qual’è il suo ultimo libro, il libro che si è conservato come estrema ratio. Si ricorda quella discussione che facemmo?”

“Certo che la ricordo. Guarda, è questo qui.”

Prese un libro dallo scaffale. I due giovani, incuriositi, si avvicinarono.

“Th star maker, di Olaf Stapledon ” lesse Sebastian “Io l’ho letto. Forse allora presto dovrò morire.”

Il professore rise.

 

* * *

 

“Il professor Beer si è sentito male!”

La voce forte e decisa dell’inserviente risuonò nel corridoio. Subito apparvero, da piano superiore, due infermieri, che, una volta arrivati nella stanza, aiutarono Beer a sdraiarsi. Qualcuno intanto era corso a chiamare il dottor Steinmann, che scese immediatamente. Poco dopo giunse anche Peters.

I due interrogarono per prima cosa l’inserviente che per caso si era trovato lì nel momento dell’insorgere del male. Egli raccontò come si erano svolti i fatti.

” Stavo chiudendo la finestra, su richiesta del professore, quando ho sentito dietro di me che lui si stava agitando. Allora, ancora voltato, gli ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa. Non mi ha risposto, e io ho cominciato a preoccuparmi. Mi sono voltato e l’ho visto seduto sulla sponda del letto. Respirava a fatica, aiutandosi anche con le braccia per allargare la gabbia toracica. Ho subito chiamato gli infermieri. Rientrando nella stanza ho visto che si teneva la mano davanti alla bocca e tossiva forte. La mano era anche sporca di sangue.”

Gli infermieri giunsero nella fase calante della crisi, e non poterono aggiungere molto al racconto dell’inserviente-. Avevano aiutato il professore a sdraiarsi, e avevano atteso l’arrivo del dottor Steinmann.

“Ma di cosa si tratta, dottore?” chiese apprensivo il direttore che era accorso appena saputo.

“Ma, purtroppo non si può dire ancora. Ritengo sia necessario un trasferimento in ospedale, immediatamente. Lei cosa ne dice, Peters?”

“Si, bisogna fare degli esami al più presto.”

“Allora potrebbe essere qualcosa di grave.”

“Speriamo di no, ma la risposta la avremo solo nei prossimi giorni.”

 

* * *

 

“Intanto che aspettiamo l’ambulanza, possiamo sempre fare un esame generale, per quanto non credo che servirà a molto.”

Dopo mezz’ora arrivò l’ambulanza, e si rinviò tutto al giorno successivo.

La mattina dopo, al risveglio, Beer si sentiva già molto meglio, e voleva addirittura tornare alla casa di riposo. Tuttavia i medici gli consigliarono alcuni accertamenti ed esami. La sera poi ebbe un altro attacco, e si persuase a fare questi esami. Egli stesso si veniva convincendo della serietà del suo male. Rimase in ospedale una decina di giorni, ma il responso non fu molto grave. Il dottor Peters, venuto a fargli una visita in ospedale, glielo comunicò.

“Non si deve preoccupare, caro Beer, non si tratta di niente di grave. Tecnicamente si chiama ascesso polmonare, ma dubito che lei sappia cosa significa.”

“No, infatti. Di che si tratta?”

“E’ un’infezione a cui il suo organismo ha ben reagito delimitandone il focolaio.”

“Quindi è una cosa che si risolve?”

“Si, in qualche mese. Dovrà venire, durante questo tempo, a fare dei controlli, più o meno ogni mese, per seguire l’evoluzione ed eventuali complicanze. Per il resto passeggiate, aria pura, e soprattutto, si goda la vita. Io adesso mancherò per un paio di settimane. Al mio ritrorno la voglio in perfetta forma, d’accordo?”

“Si, dottore, e grazie di tutto:”

 

* * *

 

“Per questo passò molto tempo tra la sentenza di morte e la morte effettiva, ma egli si conservò sempre molto sereno. In fondo era ormai preparato.”

“Ha detto che il male gli era stato diagnosticato già da sei o sette mesi. Ma lui è stato consapevole per tutto questo tempo di dover morire?” chiese Sebastian.

“No, no, lui l’ha saputo solo un paio di mesi fa, e solo da quindici giorni era immobilizzato. Prima riusciva ancora a muoversi, magari aiutato, e voleva spesso fare lunghe passeggiate nel parco.”

” Si, si, questo lo ricordo, era molto innamorato della natura.”

“Lo conoscevate da molto?”

“No, non da tanto. Lo conoscemmo subito prima che venisse qui. Adesso eravamo venuti per annunciargli il nostro prossimo matrimonio, e abbiamo avuto questa sorpresa.”

“Senta, direttore, è stato sepolto qui vicino? E’ possibile visitare la tomba?” chiese Magda.

“No, signorina, no. E’ stato portato nella sua città natale, ad Heidelberg. Credo che lì ci fosse una tomba di famiglia, o qualcosa del genere. Comunque, se volete saperne di più, potreste parlare con Karl, un nostro ospite, grande amico del defunto signor Beer fin dall’infanzia, o quasi. Io purtroppo vi debbo lasciare, perchè ho delle cose urgenti da sbrigare. Se volete ve lo faccio conoscere.”

“Si, ci farebbe molto piacere, signor direttore.”

“D’accordo allora. ( schiacciò un pulsante ) Signorina, vorreste accompagnare questi signori da Karl Hauser, per favore.”

“Mille grazie, signor direttore, speriamo di rivederci presto.”

 

* * *

 

A quel tavolo, sulla terrazza dell’ospizio, regnava un comprensibile imbarazzo. Fu Karl a rompere il ghiaccio, raccontando della sua lunga amicizia col defunto signor Beer.

“Conobbi Peter per la prima volta ad un caffè. Avevamo amici in comune, e fummo presentati. Parlammo pochissimo tra noi, anche perchè la compagnia era molto numerosa, e sarebbe stato difficile fare amicizia. Lì per lì oltretutto non mi fece nessuna particolare impressione. Rimasi invece molto stupito quando, dopo pochi mesi, me lo ritrovai compagno di classe nel mio ultimo anno di scuola. Si era appena trasferito a Monaco con la famiglia. Seppi solo dopo (sono molte in quest’amicizia le cose che seppi solo dopo) che aveva scelto la mia classe anche per quella serata passata al bar. Ovviamente i motivi per cui aveva cambiato scuola erano altri; tuttavia, dovendo scegliere dove trasferirsi, io avevo influito sulla sua scelta. Ma, ripeto, allora non ero per nulla cosciente di ciò. Me lo raccontò lui stesso ( e potrebbe anche essere un suo scherzo ) in questo periodo di comune permanenza nella nostra “nuova casa”.Così Peter amava chiamare questo posto…”

“Ah, si? Diceva così?” lo interruppe Magda “Era il modo con cui lo battezzammo noi, ti ricordi, Sebastian?”

“Si, è vero, mi ricordo.”

“Eh, si, in fondo, anche se non voleva ammetterlo era molto nostalgico, il nostro Peter!” esclamò Karl.

“Si, ritengo di si” confermò Sebastian.

“Ricordo che al liceo legammo, ma la nostra non divenne mai un’amicizia totale, come spesso si verifica a quell’età. A me lui sembrava superbo, e forse lo era. Di certo era molto esigente, difficile, ma non per snobismo. Era proprio il modo in cui sentiva il suo essere al mondo, quasi una ferita che non riusciva a rimarginare; e forse nemmeno voleva. Non tentava perchè credeva che quello fosse il modo più giusto di vivere il limite dell’uomo. Solo mantenendo aperta questa ferita riusciva a percepire costantemente e fino in fondo la finitezza dell’essere uomo. Si tratta sempre di cose che Peter mi ha raccontato sempre nei mesi passati qui insieme, e non so quanto i suoi racconti e i miei ricordi si siano oggi mescolati, falsando la mia immagine di quel periodo. Ma forse questo miscuglio di passato e presente è molto più vicino al vero di quanto non lo siano le impressioni immediate.

Comunque, dopo quell’unico anno, lo reincontrai ad un concerto, insieme alla moglie. Mi invitarono a cena ed acconsentii volentieri. Fu una bella cena, ma io dovetti partire il giorno dopo, e non l’ho rivisto se non qui.”

“Ma nella vostra permanenza qui avete legato molto, a quanto mi diceva il direttore.”

“Si, parecchio. Non appena seppi che era qui mi recai a trovarlo. Sapete, in questa casa di riposo non sempre è facile incontrarsi. Spesso si mangia in camera, sono pochi quelli che accettano di mangiare in compagnia su questo terrazzo. Non sembrerebbe ma è così.Questo è il luogo della solitudine. E’ rinomato per questo, e di solito chi decide di venire qui lo fa proprio in nome di essa. Si dice spesso che in vecchiaia si cerca, si ha bisogno di compagnia. Il successo di questo posto sembrerebbe dimostrare il contrario. Qui l’unica compagnia veramente cercata e desiderata è quella del profumo dei fiori di sambuco e dei tigli. E Peter non era estraneo a questo modo di vedere le cose, anzi ne era pervaso. Comunque io andai a trovarlo, e mi accolse molto amichevolmente. Era molto socievole, malgrado questo desiderio di solitudine.

Mangiammo insieme nella sua stanza, quel giorno, e lui mi raccontò di come, pur avendo per quarant’anni e più insegnato matematica non si fosse mai sentito pienamente realizzato nel suo lavoro. E mi dichiarò il suo assurdo (disse proprio così, “assurdo”) amore per i libri. Ricordo bene perfino le parole che usò quel giorno, tanto mi colpirono. ‘Vedi, Karl, la lettura non è altro che un’avventura. Solo se la si considera come tale, se la si vive veramente come tale, ha un senso. Altrimenti è del tutto e definitivamente inutile. Naturalmente non tutti i libri te lo consentono. Ci sono libri da avventura e libri che non lo sono. Io credo che l’unica felicità possibile, veramente totale, si può realizzarla entrando, preso per mano, in un altro mondo, in un mondo nuovo. E qualunque scrittore vero fa questo, ti prende per mano e ti fa penetrare dolcemente nel suo mondo. I costi di quest’avventura sono spesso altissimi, perchè il più delle volte il mondo di uno scrittore è fatto di delusione, di tristezza, di dolore, è un mondo ferito, fratturato. Ma ne vale sempre la pena. L’avventura del leggere è tanto più importante proprio nella vecchiaia. E’ l’unica cosa che ti ricollega al mondo. Ed è la cosa che mi fa andare avanti, che mi permette di vivere e non di vegetare. Finchè ci sarà sulla terra un libro che vale la pena di leggere, io continuerò a vivere.’ Ricordo che questo discorso mi colpì molto-”

“Anche a noi fece un discorso simile quando lo conoscemmo.” disse Magda, “E adesso è morto…Vorrei controllare una cosa.” Si alzò e si diresse verso la libreria. Ma lì c’era già Sebastian che teneva in mano The star maker di Stapledon, l’ultimo libro, che mostrava chiaramente i segni di una recente lettura.

“Be’, almeno si sarà goduto anche quest’ultima avventura” disse, rivolto a Magda.

“Chissà se anche lui è diventato stella” rispose lei, guardando in alto fuori dalla finestra.