L’ultimo libro – Parte prima

Infine stabilirono, dopo lunghe discussioni, di fare l’autostop, essendo ben coscienti che in nessun altro modo avrebbero potuto raggiungere un qualche centro abitato. Non che poi la cosa avesse per loro una reale importanza. Sebastian però aveva parecchio insistito, aveva quasi litigato con Karl, erano quasi venuti alle mani. Non era nuovo Sebastian a questi colpi di testa apparentemente incomprensibili, per natura era molto irrequieto.

Passarono tre macchine senza fermarsi, poi si fermò una vecchia Volkswagen Golf con alla guida un signore piuttosto anziano.

“Dove siete diretti?” chiese, aprendo lo sportello. Poi, sorridendo maliziosamente, aggiunse : “Non è che siete pericolosi?”

Loro tre, ridendo, si stavano sistemando tutti sul sedile posteriore, a mo’ di taxi, ed erano tutti presi da questo scherzo infantile. Solo Magda gli diede retta.

“Be’, Sebastian solitamente lo è, quasi sempre, ma adesso è stanco, quindi può stare tranquillo. Karl invece è molto calmo. Va a finire che la più pericolosa sono io!”

“Cara signorina,” si affrettò a rettificare il vecchio, “io naturalmente dicevo per burla, l’avrà capito. Del resto anche voi dovete essere tipi facili allo scherzo, visto che avete deciso di farmi fare da autista”

Mise in moto e partì mentre stava finendo di parlare.

“Si, in effetti siamo dei burloni, Ma lei ci perdonerà, ne sono sicura.” disse Magda divenuta d’improvviso seria seria.

“Piuttosto, io sono diretto verso Monaco. Voi dove dovete andare?”

“Abbiamo forse una meta noialtri?” Disse Magda, rivolta agli altri due. Nessuno dei due rispose.

“In fondo è giusto così. I giovani non hanno mai una meta, nè si vede perchè dovrebbero averla.” li soccorse il vecchio.

“Giustissimo, professore!” disse il giovanotto alla destra di Magda, che lui ritenne giustamente fosse Karl. “Lei è professore, vero?”

“Si, lo sono stato a lungo. Potrei aver insegnato anche a tuo padre.”

“Oh, oh, signore! Ma lei lei è veramente così vecchio? Non sembra affatto.”

“Molto di più, molto di più.”

“E ancora guida la macchina?” saltò su Sebastian, “non sarà mica lei ad essere pericoloso, caro signore?”

Il vecchio rise, ed aggiunse con aria sorniona : “Può darsi, può darsi.”

“Non si inquieti per Sebastian, professore, parla spesso a sproposito, senza pensare. E’ fatto così, e a me piace proprio per questo.” disse Magda premurosamente.

Poi aggiunse : “Del resto a noi Monaco va benissimo, vero ragazzi?”

“Si, si, per noi un posto vale l’altro. Siamo degli scioperati, e quel che è peggio, siamo anche in cerca d’identità.” disse Karl.

“Eccolo, il filosofo!” schizzò su Magda. “Karl è filosofo, lo sa? Be’, no, non è proprio filosofo, ancora, ma sta studiando, e presto lo diventerà. E’ per questo che le ha chiesto se era professore, lo chiede a tutti. Ed è per questo che mi piace. Io non so scegliere tra i due. Sono l’eterna indecisa. Lo dice Karl. Lui è filosofo.”, e rimase con un’espressione malinconica sulla faccia; poi girò su se stessa, si inginocchiò, si appoggiò con entrambe le mani sullo schienale e rimase per un pezzo a guardare fuori dal vetro la strada che sfuggiva velocemente.

Per un lungo tratto nessuno parlò. Karl guardava gli alberi fuori dal finestrino, li guardava fissi cercando di fermarne l’immagine nella mente. Ma non riusciva perchè scorrevano via troppo veloci e troppo numerosi, non dandogli il tempo necessario a focalizzarli.

“Sapete, ragazzi, io vado a Monaco perchè voglio entrare in un ospizio, in una casa di ricovero per anziani.” disse il vecchio, non sopportando più il silenzio che regnava nella macchina.

Magda, udendo queste parole, si riscosse subito, si girò e chiese : “Ma non ti annoierai lì, professore?”

“Eh si, forse si,” rispose malinconicamente il vecchio, “ma sapete, arriva per tutti il momento in cui si diventa un peso, e allora è meglio andarsene da casa, è meglio…o forse non ha alcuna importanza, sono solo io che preferisco così. E poi da vecchi si vede tutto in modo diverso.”

“Ed è a Monaco questa casa di riposo?” chiese Karl, “Perchè sa, noi potremmo venire a trovarla, qualche volta. Lei sembra così simpatico.”

“Mi farebbe molto piacere. Il posto si trova sulla strada tra Monaco e Dachau. Dicono anche che sia molto bello, con un grande parco e un palazzo ancora più grande, maestoso, dove sono tutte le camere.”

“Dev’essere molto bello avere un parco per gli ospiti di quella casa. Credo che il verde si ami in maniera viscerale a quell’età. Come se uno si avvicinasse alla natura, volesse quasi entrare in simbiosi con essa. Come se il suo tempo non fosse più umano, ma diventasse biologico, o addirittura geologico. Lei che ne dice, professore?” chiese Karl

Il vecchio aveva ascoltato attentamente.

“Capisco ciò che vuoi dire, ragazzo, e penso che tu abbia ragione. Man mano che ci si avvicina alla fine della vita umana sembra si entri in simbiosi con la natura, ci si sciolga in essa, a livello di percezione intendo, di anima, così come il corpo rientra nel circuito eterno di trasformazione della materia, ritornando polvere, e concime.”

“Non intendevo parlare così direttamente di morte.” si scusò Karl.

“Si, penso sia così” confermò il vecchio, come se, entrato in un ordine diverso di pensieri, in un’altra dimensione, non avesse neppure udito le parole di scusa pronunciate da Karl.

Sebastian intanto si era addormentato, e gesticolava vivacemente nel sonno. Magda lo fece notare a Karl, e lui, parlandole nell’orecchio per evitare che il professore sentisse, disse : “Ti ricordi quella serata nella spiaggia, quando voleva convincerci che la terra era piatta. Disse che quella di Colombo non fu altro che un’illusione, a cui, per qualche strano motivo, tutta l’umanità aveva creduto e continuava a credere, e che lui voleva invece sfatare.”

“Si, si, me lo ricordo. Gesticolava quasi come adesso. E non era neanche la prima volta che tirava fuori idee assurde. Secondo me neppure lui ci credeva.”

“To’, siamo a Spira. E’ un paesino simpatico. Forse potremmo fermarci qui stanotte, e riprendere il viaggio domattina con calma. Che ne dite, ragazzi?”

“Si, si, io sono d’accordo.” esclamò Magda. Guardò Karl, che fece segno di si con la testa. Così la decisione fu presa.

 

 

Una volta che si furono sistemati nelle rispettive camere, si ritrovarono all’ingresso della pensione, pronti per la cena.

“Sono un pò indeciso.” disse il vecchio, ” Non sono tanto sicuro che le mie abitudini in fatto di cibo si possano accordare con quelle della vostra generazione. Io amo molto, quando vengo qui, andare in una piccola trattoria lungo il fiume in cui servono dell’ottimo pesce. Siete d’accordo?”

“Si, accettiamo volentieri il suo invito.” Sebastian, ghiotto di pesce, parlò per tutti.

“Bene! Allora andiamo, miei cari ospiti!”

Il posto non era molto distante, e i quattro si mossero a piedi, per strade deserte e appena appena illuminate, svoltando e girando casualmente, come se non sapessero bene che direzione prendere. Finchè giunsero, quasi con stupore, sulla sponda del fiume, giusto giusto all’altezza del ristorante. Scelsero un tavolino sulla terrazza, e ordinarono subito.

“Sa, professore, mia nonna è nata proprio in questo paese, quasi un secolo fa. Poi si è trasferita ad Amburgo, dove conobbe mio nonno. E dopo cinquant’anni sono venuto io. Cinquant’anni esatti. Buffo, no?”

“Si, e poi tu hai conosciuto me, e chissà cosa ne verrà fuori!” disse Magda.

” Tu, Sebastian, sei il più sfuggente tra voi tre. Mi pare che in fondo tu sia abbastanza malinconico, angosciato direi, molto di più degli altri due.”

“Chi, Sebastian? Ancora non lo conosce abbastanza bene, professore. Lui è il tipico burlone. Prende sempre in giro.” disse Magda.

“Ecco, questo mi piacerebbe saperlo. Secondo Magda voi siete dei burloni, secondo Karl degli scioperati in cerca d’identità. Tu, Sebastian, cosa pensi a questo riguardo?”

 

“Ma cosa rimane?

Trattengo memorie

-anche se non credo alla memoria in fondo-

in un tempo tormentato,

ricordo speranze,

nel mio trattenermi qui

trovo rabbia e ribellione,

trovo inquietudini e desideri.

Ma forse nulla rimane.” recitò Sebastian

 

“Lo vede che è un burlone? Non parla mai in modo chiaro, o almeno sono io che non arrivo a capirlo fino in fondo. C’è sempre un grumo di senso che mi rimane indecifrabile, incomprensibile.”

“Per me invece è tutto molto chiaro, lampante.” intervenne Karl “Sebastian intende dire che oggi per noi è sempre più difficile diventare adulti. Forse perchè per farlo bisogna agire in modo molto diverso rispetto al passato. Oggi, secondo me è necessaria molta più umiltà di quanta se ne poteva trovare nel passato. Non bisogna prendere le cose di petto, bisogna aggirarle, girarci intorno. Niente sogni di gloria, niente strade diritte ed asfaltate, solo -e neanche sempre- uscite di sicurezza ed entrate di servizio. Nient’altro.”

“E ditemi, ragazzi, voi viaggiate molto?”

“A noi piace viaggiare, e poi stiamo bene insieme.” disse Sebastian. “Solo in Germania però. Non siamo mai usciti dalle frontiere del paese.”

“Una volta abbiamo tentato,” disse Karl ” ma siamo dovuti tornare indietro.”

“La prossima settimana vorremmo andare a Berlino, oppure in Finlandia.” disse Magda “A me piacerebbe mettere su casa in Finlandia. Dev’essere un paese che scintilla di bianco e di azzurro. Non è vero, professore? Lei è mai stato in Finlandia?”

“No, purtroppo no. Nessuno è mai stato in Finlandia, nessuno che io conosca. Tu, Karl, dove vorresti mettere su casa?”

“Io? Non saprei…in Australia, forse. Ma non una casa, piuttosto un ranch, con bestiame, cavalli, ed anche sul retro una porta protetta da una zanzariera, con un mio campicello personale in cui coltivare piante dai nomi strani.”

“E tu, Sebastian?”

“Quante domande, professore! Perchè invece non ci racconta un po’ della sua vita.?”

“Veramente la volete sentire? Ma tu non avevi detto che non ti piaceva la memoria?”

“Che vuol dire! E’ la mia memoria in cui non credo. Ma in questo caso la cosa è diversa. Se è lei che racconta non è più memoria, è qualcosa di più, qualcosa di cui io vengo a conoscenza, qualcosa di esterno…è una storia. E’ diverso.”

“E va bene, vi racconterò un pò della mia “storia”. Io sono nato ad Heidelberg, e lì ho fatto tutte le scuole, finchè non sono diventato professore di matematica e geometria. Ho insegnato per molti anni in varie scuole in giro per la Germania, e adesso, ormai in pensione da vari anni, mi accingo ad inaugurare il momento conclusivo della mia esistenza, entrando in un ospizio. Non credo ci sia poi molto altro da dire.”

“Non le piace raccontare, vero professore? Strano perchè alla sua età, almeno così si dice, di solito piace.”

“Non è tanto che non mi piace raccontare. Piuttosto direi che non mi piace la mia storia. Sapete, ragazzi, spesse volte mi sono chiesto se quello che facevo mi piaceva, e spesse volte la risposta non è stata positiva. Ma troppo tardi ho compreso il motivo di questa scontentezza. Com’ero solito ripetere da giovane, io scelsi lo studio della matematica soprattutto per un’esigenza di chiarezza. Dopo alcuni anni però non mi bastò più la matematica per fare chiarezza, ed ormai ho rinunciato del tutto a questa speranza. Nel frattempo sono diventato un collezionatore di libri. Leggere mi è sempre piaciuto, ma ho sempre fatto fatica a comprendere il valore, il senso del libro nella mia esistenza ( il bello della matematica è proprio la possibilità di collocare i vari elementi in punti ben definiti ). Solo da poco tempo sono arrivato a dargli una collocazione chiara. E’ solo attraverso la lettura, l’avventura in cui venivo trascinato nel leggere che le cose e il mondo esterno arrivavano ad acquisire una struttura, un ordine, una chiarezza, in contrapposizione alle continue ambiguità e sfumature in cui ero costretto a muovermi normalmente. E solo la speranza di una lettura ulteriore mi mantiene in vita. Infatti conservo sempre nella mia libreria un libro che non ho mai voluto leggere. Sono sicuro che una volta letto quello, non essendoci altro da leggere sulla terra, io certamente morirò.”

 

Quella mattina si svegliò parecchio tardi. Il letto gli era risultato un pò scomodo, e aveva dormito male, come se avesse un qualche indefinita preoccupazione. “Tutti i nuovi letti, comunque, sono sempre scomodi, anche per i viaggiatori incalliti come me.”, pensò Beer, per scacciare quel senso di inquietudine di cui era pervaso. Si mise a sedere appoggiandosi con la schiena alla spalliera del letto, e il fresco del metallo, penetrando attraverso la stoffa sottile del suo pigiama, contribuì a risvegliarlo.

Allora si alzò, infilò le pantofole, che erano talmente sue da aver assorbito addirittura una parte della sua storia che restituivano sotto forma di ingiallimento dei colori che in origine erano stati molto vivaci, e anche con la consunzione dei talloni. Bevve tutto d’un fiato un bicchiere d’acqua che per abitudine teneva sempre sul comodino, a portata di mano. Si sciacquò la faccia con una certa violenza per portare a compimento il risveglio, infilò la vestaglia e scese giù a far colazione. Non si attardò molto al tavolo, guardandosi intorno in cerca dei suoi passeggeri. Non trovandoli, si avviò per chiedere notizie al portiere. Venne a sapere che erano partiti dalla pensione molto presto, ma gli avevano lasciato un biglietto.

 

“Caro professore, abbiamo deciso improvvisamente di non recarci più a Monaco, ma di fare un altro giro. Siamo partiti molto presto anche per non disturbarla, e per evitare gli addii. Ci siamo divertiti molto ieri pomeriggio, e ieri sera. Grazie del passaggio e della cena; speriamo di poterci rivedere. Verremo certamente a trovarla nella sua nuova casa (meglio chiamarla così che non ospizio, giusto?) A presto, Magda, Karl e Sebastian ”

 

Il vecchio sorrise, piegò il foglietto e lo infilò nella tasca. Però poi il suo viso divenne cupo, come per un subitaneo pensiero doloroso, un ulteriore momento di distacco. L’accenno all’addio, forse. Chiese al portiere il conto, e ripartì subito alla volta della sua “nuova casa”. Dopo una mezz’oretta di viaggio decise di cambiare meta.

“Mi prenderò un ultimo giorno di libertà. In fondo non c’è alcuna fretta, anzi per loro sarà pure meglio avere un giorno in più per organizzarsi. Telefono subito e gli dico che arriverò domani mattina. Poi deciderò il da farsi.”

Si diresse verso un grande bosco lì vicino, di cui si ricordava ancora l’esistenza. “E’ tanto che non mi faccio un giro in mezzo ai boschi, immerso nel verde.”

Lasciò la macchina, e si avventurò tra gli alberi. Era un bosco misto molto esteso, con molti faggi e abeti bianchi, a cui spesso si inframmezzavano betulle di varie specie. Fu molto colpito da quest’assortimento.

Decise di seguire i sentieri già battuti e di non avventurarsi alla cieca, com’era invece solito fare nel passato. Scelse un sentiero che s’inerpicava su per una collina, nella speranza di sbucare sulla cima e poter vedere un bel panorama. Sentiva che le sue energie crescevano man mano che saliva e che si inoltrava nel bosco. Tuttavia il sentiero ad un certo punto piegò di lato, e cominciò a girare intorno al colle, avvicinandosi sempre più alla vetta, ma senza mai raggiungerla. Lui continuò a lungo a coltivare una speranza, ma alla fine dovette cedere, e ripercorrere a ritroso il sentiero, fino alla macchina.

 

* * *

 

“Caro signor Beer, non l’aspettavamo quasi più!” disse il direttore “La sua lettera è arrivata ormai da più di venti giorni.”

“Eh si, ho avuto una serie di impegni, ho dovuto salutare persone, risolvere alcuni problemi pratici relativi alla mia vecchia abitazione. Spero che questo non vi abbia creato problemi.”

“No, no, assolutamente. Ho già fatto preparare ed arredare la sua stanza secondo quello che lei mi ha scritto nella lettera.”

“Molto gentile, grazie. Io ho affidato i miei bagagli al portiere, perchè siano portati nella mia stanza.”

“Si, ha fatto bene. Io credo, caro Beer, che lei si troverà molto bene, almeno da quello che ho potuto capire leggendo la sua lettera. Le regole qui non sono severe, ognuno ha grande libertà nell’organizzare i suoi orari, per i pasti, per la notte, per le letture, per le passeggiate. C’è la possibilità di mangiare insieme agli altri ospiti, sia sulla terrazza sia nel salone interno. Inoltre nel parco, in breve tempo, se vorrà potrà scovare bellissimi rifugi in cui rimanere in solitudine a leggere. Mi pare che nella sua lettera insistesse particolarmente su questo.”

“Si, a me piace molto leggere, lo ammetto. E ritengo anche che per farlo pienamente occorra essere in solitudine. Purtroppo oggi la solitudine, la vera solitudine è raro che le persone la conoscano. Eppure è tanto abborrita, è tanto allontanata a parole. Forse proprio perchè non la si conosce veramente, la si rifiuta.”

“Lo dice a me? Io sono un vero e proprio apostolo del’essere solitario. Ed è proprio per questo che ho costruito questa casa di riposo, proprio a questo fine.”

“Si, in effetti a ragione. Questo non è altro che un tempio alla solitudine.”

“Signor Beer, venga con me. Le mostrerò personalmente il palazzo e il giardino.”

“Non vorrei disturbarla. Posso sempre chiedere al portiere…”

“Nessun disturbo. Veramente.”

Uscirono dalla stanza e si diressero a destra lungo il corridoio.

“Qui sono le stanze degli infermieri e della servitù. Accanto al mio studio invece dorme uno dei due dottori che lavorano qui, il Dottor Steinmann. Di solito riusciamo a curare gli ospiti qui stesso, nell’infermeria al pianterreno. Talvolta ricorriamo ad un ospedale non molto distante di qui.”

Finito il corridoio, scesero le scale e si trovarono nell’ingresso.

“Le stanze degli ospiti sono tutte sul lato destro. A sinistra vi è una sala dove spesso vengono proiettati dei film. Talvolta vengono anche delle compagnie teatrali, perlopiù di giovani.”

“Vorrei vedere un pò il parco, se non le dispiace.”

“No, affatto. E’ un nostro vanto il parco. Abbiamo un eccellente giardiniere, che spesso si offre anche per fare lezioni sulle varie specie di piante che si trovano nel parco. Le consiglio di chiederglielo. Sono lezioni molto belle. Talvolta le seguo anch’io.”

“Si, penso che qualcuna la seguirò. Mi piacciono molto le piante.”

Uscirono e scesero le scale. Si ritrovarono subito in mezzo a due alte siepi in un vialetto di ghiaia. Camminarono finchè non raggiunsero un platano posto al centro di un’aiuola. Da lì si dipartivano tre vialetti appena più grandi, che a loro volta si ramificavano, arrivando a coprire tutto il giardino.

“La cosa bella di questo giardino, inoltrandosi per questi vialetti, e magari abbandonandoli arrivato ad un certo punto, è, come le dicevo, scoprire luoghi nascosti e solitari. Ma c’è ancora una cosa che le vorrei far vedere.”

“Si, poi vorrei andare in camera perchè comincio ad essere stanco. Sa, il viaggio…”

“Si, capisco. E’ cosa di un momento, comunque.”

Presero per un viottolo laterale, e ad un certo punto, d’improvviso, girando sulla sinistra, sbucarono presso una fontana, con una lunga vasca rettangolare, ombreggiata dai rami di due filari di tigli. Ai due lati della vasca vi erano due file di sedie in ferro, ormai arrugginite. Vi erano sedute due persone che stavano leggendo, dal lato opposto a quello in cui si trovavano Beer e il direttore.

“Salve, signor Martin. Salve, signor Peters.” Il direttore li salutò entrambi.

“Salve, direttore.”

“Venga, sediamoci un attimo, le presento il dottor Peters. E’ il secondo dei medici di cui le parlavo.”

“D’accordo. Ma solo un minuto.”

Si sedettero accanto al dottore, e il direttore fece le presentazioni.

“Quindi lei è un nuovo ospite. Che impressione ha avuto?”

“Per adesso ottima. Era proprio quello che cercavo. Un piccolo eden.”

“Oh, lei esagera, signor Beer ” si schernì il direttore.

“No, non credo.” intervenne Peters, “E’ veramente incantevole questo posto. Personalmente mi ci trovo benissimo. In fin dei conti il lavoro non è mai troppo, almeno quello noioso, e nenche troppo difficile. I pazienti anziani sono sempre i migliori, sono molto tolleranti, basta saperli prendere. E ho molto tempo per studiare, leggere, passeggiare.”

“Ditemi un pò, c’è qualche persona un po’ stravagante alloggiata qui? Qualcuno che vale la pena di conoscere?” chiese Beer.

“Be’, ci sarebbe il signor Schnellinger. Pensi che ha voluto una stanza all’ultimo piano per poterci piazzare un telescopio.” disse il direttore.

“E non è tutto!” intervenne Peters “Passa gran parte della notte ad osservare le stelle e a confrontare i risultati dei suoi rilevamenti con delle sue carte. Consulta spesso anche dei libri. Dice di essere sicuro di reincarnarsi, una volta morto, in una stella, e vorrebbe essere in grado di sceglierla con cognizione di causa. Una specie di metempsicosi su scala cosmica.”

“Immagino si presentino spesso casi come questo, di esorcismo, di allontanamento, di rifiuto del pensiero della morte.” disse Beer.

“Qui qualunque cosa, qualunque gesto, in modo più o meno diretto, cosituisce un esorcismo. Del resto è così anche per il resto della vita, in fondo.

L’unico risultato, nel caso di Schnellinger, è di perdere molto sonno, e dover ricorrere molto frequentemente ai miei servigi per questo motivo. Ma questo è il mio lavoro e non mi lamento.”

“Tuttavia l’idea, come la definisce lei, di metempsicosi cosmica è molto suggestiva. Lei crede alla vita dopo la morte, dottore?”

“Se devo essere sincero, la cosa non mi riguarda affatto. Io credo che la vita umana si sviluppi in varie tappe biologicamente, ed anche esistenzialmente ben definite, e non credo che l’idea, la prospettiva dell’immortalità possa influire per nulla sul suo andamento.”

“Interessante, ma lei non ha risposto alla mia domanda.”

“Non ho risposto? Perchè non ho risposto?”

“Io non volevo sapere se l’idea di immortalità abbia o meno un influsso sulla sua vita attuale, ma semplicemente se lei crede o non crede in una vita dopo la morte. Indipendentemente dagli influssi che questa possa provocare.”

“Allora forse non mi sono spiegato bene. Io non ho paura della morte ( o forse ne ho a tal punto che nego persino di averne, ma questo non posso dirlo io, dovrebbe dirlo qualcuno dentro di me, se esistesse) perchè ritengo che il tempo della vita sia sufficiente per ciò che io voglio realizzare. Io credo che non si possa parlare per l’uomo di non realizzazione di un progetto di vita, in quanto che non si può parlare di un progetto di vita, se non dopo morti. Il progetto di vita di un uomo può essere preso in considerazione, e quindi analizzato e giudicato solo a posteriori, post mortem. Solo dopo morti si possono tirare le fila, considerare la vita di una persona come un tutto, qualcosa di concluso, un progetto realizzato. Prenda gli scrittori, per esempio. Finchè sono in vita, per quanto siano studiati, nessun critico potrà sostenere su di essi, sul loro stile, sulla loro visione della vita, una qualche verità definitiva, in quanto potrà essere sempre smentito da un’opera successiva. Il più delle volte, per averne una valutazione corretta occorre addirittura aspettare più di un secolo. La morte è quindi per me la legittima e naturale conclusione, realizzazione ultima della vita umana. La vita, senza la morte, finirebbe con l’essere sempre precaria e provvisoria. Non so se mi sono spiegato.”

“E’ molto suggestivo quello che lei dice, dottore, purtroppo sono molto stanco e vorrei congedarmi. Il viaggio mi ha molto affaticato.”

“Si, lo capisco. Continueremo in un’altro momento questa discussione.”

“Se permette, signor Beer, avrei alcune cose da dire al dottore. Lei si ricorda la strada?” chiese ùil direttore.

“La troverò, non si preoccupi.”

Beer ripercorse a ritroso il cammino che avevano fatto, per evitare di perdersi fin dal primo giorno. Giunto infine all’ingresso del palazzo, chiese al portiere le chiavi della sua camera.

Il portiere gli fece strada, e gli diede alcuni consigli pratici. Quindi, rimasto solo, Beer si sdraiò e si addormentò.

Parte Seconda