…è una storia lunga…

Ne parlava Margaret Atwood qualche giorno fa nella sua brillante presentazione al TOC. «Gli scrittori hanno bisogno di comprare il tempo per scrivere», diceva, oltre che comprare i sandwich al formaggio della slide che mostrava mentre divertiva la platea. [From Il costo del giornalista]

Giuseppe Granieri, esperto di giornalismo e di editoria digitale, discute il futuro della scrittura in un interessante post. La domanda che si pone riguarda il costo e le modalità  della scrittura online (che indubbiamente sarà una parte predominante della scrittura e della lettura delle generazioni future).

La scrittura digitale sta ancora cercando i suoi generi e le sue forme, e proprio per questo è interessante e importante seguirne gli sviluppi, e possibilmente orientarli da un punto di vista culturale e umanistico.

Granieri sostiene che i prodotti generalisti, come giornali e riviste, che funzionavano nella Galassia Gutenberg, non sono adatti alla Galassia Internet. In un giornale le informazioni inutili per il singolo lettore (ma utili per altri utenti) sono una quantità  gestibile, ma diventano ingestibili in un contesto di sovraccarico cognitivo come quello online. Per questo si parla di economia dell’attenzione. In rete è molto utile la competenza nelle materie in cui un particolare lettore è interessato, che permette di discriminare e separare le informazioni utili da quelle inutili, anche se magari attraenti a prima vista. Meglio affidarsi a un internet researcher professionista. Sono queste tipologie di persone e di mediatori che ti permettono di risparmiare ore e ore di tempo.

Tuttavia non tutto è oro quello che luccica. Anche se, trovando un equilibrio tra quantità  e qualità  (cosa non facile) si possono avere molte più informazioni rilevanti oggi di quante se ne potevano avere in passato, mi sembra che questo ponga due problemi che non vanno trascurati:

  • l’eccessiva specializzazione e focalizzazione delle informazioni rischia di far scomparire o diminuire sensibilmente le scoperte “casuali”, che, specie in campo letterario e umanistico, sono comunque interessanti. Il contesto in cui si situa l’informazione è spesso immaginato e costruito in maniera indiretta, utilizzando notizie “inutili” rispetto al problema che ci interessa. E il contesto generale è un elemento importante per capire il senso delle informazioni particolari.
  • il passaggio dalla stampa al digitale inevitabilmente modifica il modo in cui si organizzano e si costruiscono le società. Se è vero, come sostiene Benedict Anderson, che è stata proprio la stampa a far si che nascesse l’identità  e l’appartenenza nazionale, come si organizzeranno le identità  collettive nella galassia internet?

Riguardo al primo punto (“problema del contesto”), mi sembra allo stato dello cose abbastanza difficile da risolvere online, proprio perché definire e classificare le informazioni indirettamente collegate ad un problema o ad un fatto non è facile. Tanto per fare un esempio recente, uno potrebbe essere interessato a capire come è stato vissuto il recente terremoto dai giapponesi, come hanno reagito etc. Il silenzio, la compostezza e la calma dimostrata possono essere spiegate sulla base della cultura giapponese. A questo punto si pone il problema di quale livello di approfondimento si vuole avere per contestualizzare la compostezza dei giapponesi… si deve parlare del sistema educativo e scolastico? o forse del cinema e della letteratura? o magari del senso dello stato? insomma, l’analisi delle possibili influenze indirette sulla reazione dei giapponesi può portare più o meno lontano, e non sono sicuro che un algoritmo informatico posso essere efficace in questo senso (immagino che ciò sia legato all’Entscheidungsproblem -o problema della decidibilità ; ma in tedesco ci si prende più sul serio – da cui la struttura del calcolatore è nata: vedi macchina di Turing).

Ritornando a Granieri, l’altro elemento interessante che propone è la cosidetta long story, che potrebbe essere il genere vincente del giornalismo professionale sul web:

Diverso è invece se guardiamo al lavoro del giornalista, che segue un avvenimento di cronaca che ci interessa o uno scenario che ci appassiona, o ancora un tema approfondito. Io ad un giornalista che mi fa risparmiare tempo e mi dà valore aggiunto con le informazioni, mi abbonerei. Ad un giornale no, meno che mai sull’iPad o in qualche app che mi costringe a star là dentro.

E ci sono diversi segnali che mi fanno pensare che -prima o poi- qualcuno (singoli giornalisti o piccole organizzazioni per prime) comincerà  a sperimentare la formula. Uno di questi segnali è l’ebook, che permette di lavorare su un prodotto giornalistico che prima non esisteva (la long-story, ne parla anche Luca). Il secondo è questa piattaforma di Google, che potrebbe abilitare blogger e microeditori a spostarsi dal versante amatoriale a quello professionale.

Di google e del modo in cui gestisce l’informazione si è detto molto, anche se molto ancora di dovrà  dire. Mi colpisce invece, mi sembra sintomatico del fatto che già viviamo in un’epoca post-libro, il fatto che si definisca long story una storia lunga circa 70 pagine, come dice Luca De Biase, ossia una story che tradizionalmente si sarebbe definita short. Questo mi pare testimoni come il modo di rapportarsi al raccontare sia ormai del tutto diverso rispetto al passato, e forse -purtroppo- anche la capacità  di attenzione sia mutata.

Posted in Diario