Parigi: Settimane anticoloniali

Il testo è stato pubblicato originariamente su Voci Globali

Sono ormai cinque-sei anni che a Parigi (e dintorni) si svolge la settimana anticoloniale, un’iniziativa promossa e gestita dal collettivo Sortir du colonialisme, che riunisce più di 50 associazioni. Il periodo dell’anno è sempre lo stesso, la seconda metà  di febbraio, e non è stato scelto a caso. Sul sito si spiegano infatti con molta chiarezza le motivazioni, sottolineando l’importanza di alcune date:

Il 21 febbraio 1944, innanzitutto, in memoria del massacro compiuto dai nazisti contro i partigiani della resistenza francese appartenenti al gruppo noto come “Main-d’Oeuvre Immigré“, di cui facevano da armeni, ebrei francesi, ebrei polacchi, ungheresi, spagnoli e italiani guidati da Missak Manouchian. All’episodio Louis Aragon dedicò dei bellissimi versi ispirati dalla lettera che quest’ultimo scrisse alla moglie poco prima di morire. Negli anni 50 e 60 il 21 febbraio era diventato il giorno dell’anticolonialismo e dell’anti-imperialismo, simboleggiando il diritto dei popoli all’auto-determinazione. “Noi vogliamo riprendere questa tradizione”, dichiarano gli organizzatori della settimana anticoloniale, “attualizzandola: la ricerca di genitori e figli di immigrati, la caccia ai sans papiers, la discriminazione razziale, le espulsioni dei richiedenti asilo, i centri di identificazione e di espulsione, l’uso degli stranieri come capri espiatori…”

Il 26 febbraio 1885, poi, è stato il giorno in cui si è conclusa la famigerata conferenza internazionale di Berlino, in cui le grandi potenza occidentali si sono spartite un intero continente, l’Africa, in nome di una pretesa missione civilizzatrice (su ARTE, la televisione franco-tedesca, proprio durante la conferenza, è stato trasmesso il documentario Berlin 1885 – La ruée sur l’Afrique, visibile ancora per qualche giorno sul sito Arte7)

Secondo Sortir du colonialisme, la Conferenza di Berlino ha inaugurato un ciclo che non si è ancora chiuso. Allo stesso spirito si ispira infatti la Françafrique, patrocinata sopratutto da Sarkozy nel famoso discorso di Dakar, ossia la politica neocolonialista di dittatori, dal Ciad alla Repubblica Centrafricana: “Noi non accettiamo le politiche delle multinazionali francesi come Areva che ha tentato di imporre le sue regole in Niger. Bollore, Total, Bouygues, GDF Suez, Veolia, e molti altri considerano le ex-colonie francesi delle riserve di caccia in cui possono dettare legge per sconfiggere la concorrenza cinese e americana.”

Il 23 febbraio 2006, infine, “l’Assemblea nazionale ha votato un emendamento scellerato sul bilancio positivo della colonizzazione, ignorando il fatto che per quattro secoli la Francia ha partecipato attivamente alla tratta degli schiavi, alla deportazione delle popolazioni dell’Africa sub-sahariana, ha massacrato e imposto le proprie legge su dozzine di popoli, saccheggiandone le ricchezze, distruggendone la cultura e le tradizioni, cancellandone la storia e la memoria.” In reazione a questa legge, che è stata la goccia che fa traboccare il vaso, un gruppo di cittadini francesi ha lanciato un appello da cui è nata la prima settimana anticoloniale nel 2006.

Ma non è solo per ricordare i crimini del colonialismo che è nata questa iniziativa; lo scopo è anche quello di fare i conti con la situazione attuale, con i processi di globalizzazione, con la constatazione che la decolonizzazione non è ancora finita, come hanno recentemente dimostrato i fatti del Nord Africa e del Medioriente. Osservando il programma della conferenza, infatti, si riesce ad avere una percezione della complessità  del fenomeno; quest’anno la settimana, che in realtà è stata creativamente allungata a 10 giorni, dal 17 al 27, era molta ricca di eventi: spettacoli teatrali come il dramma La prossima volta il fuoco, un testo tratto dagli scritti di James Baldwin e Frantz Fanon, in cui la situazione del colonizzato, descritta da Fanon, viene paragonata con quella dei neri americani raccontata da Baldwin; proiezioni di film, come L’empire du milieu du Sud, una storia del vietnam del novecento; dibattiti e colloqui, come per esempio quello inaugurale, il 18, dedicato al tema della settimana, Uscire dalla colonizzazione: tra lotta e negoziazione o l’Assemblea dei popoli senza stato, organizzata dal Centro Culturale Kurdo.

Volendo riassumere, i due aspetti principali messi in risalto sono quello economico e quello culturale, entrambi variamente presenti nel programma. Dal punto di vista economico, si è parlato di fenomeni di neo-colonizzazione, come per esempio l’aaccaparramento di terreni agricoli e il saccheggio delle risorse africane da parte di potenze occidentali (ma non solo, si faceva l’esempio della Cina), un fenomeno denunciato al Social Forum di Dakar come nuova forma di colonialismo che intacca la capacità  di produzione e gestione delle risorse alimentari dei paesi africani, privandoli di uno dei beni più preziosi. Se ne è parlato la sera di mercoledì nella sala di  un circolo ricreativo (non ho capito se fosse una palestra riadattata o un centro congressi andato a male, ma comunque era lontanissimo dal glamour che ci si aspetterebbe in una città  come Parigi. Insomma, un luogo “periferico”, pur essendo al centro di una metropoli, scelto probabilmente per simboleggiare il punto di vista marginale che rende credibile il discorso anticoloniale) durante un incontro organizzato dall’Associazione francese di amicizia e solidarietà  con i popoli africani (AFASPA) e da Survie, un’associazione che, attraverso campagne di informazione e lobbying, cerca di riformare il rapporto tra la Francia e l’Africa e le relazioni Nord-Sud.

La dimensione culturale è stata al centro di un altro evento organizzato da 100, Etablissement Culturel Solidaire, la rivista  Les périphériques vous parlent et Sortir du Colonialisme. Lo spunto è stato la proiezione di Les attracteurs étranges (La pensée du tremblement chez Edouard Glissant), un documentario in cui si presentano varie riflessioni di Glissant sull”immaginazione, la globalizzazione politica e culturale, l’identità . Particolarmente interessante mi è sembrata la distinzione tra la distinzione tra identità-radice, chiusa, monolitica, che privilegia l’appartenenza, e identità -relazione, aperta, plurale, che privilegia la creolizzazione. Ma la vera particolarità  del film è il fatto che ti permette di fare esperienza diretta di cosa sia un’identità-relazione, in particolare attraverso la commistione tra le parole di Glissant, i quadri e le immagini di Sylvie Séma e le musiche di Bës e Pierre Roos. Tutto questo ti fa anche capire come l’identità  non è un’idea, un concetto, (tantomeno un concetto chiaro e distinto – non a caso ad un certo momento del film si parla di diritto all’opacità ), bensì un’esperienza, qualcosa che accade, un evento di qualche tipo che ti coinvolge. Per questo motivo vorrei cercare di raccontare l’esperienza che ho vissuto come spettatore.

Guardando il film, nel buio di una sala che chiaramente non era un cinema (perlomeno non i cinema a cui oggi siamo abituati), circondato da pareti bianche che quasi odoravano di vernice fresca, ad un certo punto mi sono chiesto dove esattamente fossi, mi sono ritrovato come spaesato e mi sono tornate alla mente le varie città  in cui ho vissuto in passato, prima di ricordarmi di essere a Parigi. Questo tipo di disorientamento, vissuto però senza angoscia, mi domando se non sia il tipo di identità che molti oggi stanno cercando, un tipo di identità  postcoloniale o decolonizzata, in cui spazi e tempi vissuti in qualche modo si mescolano in maniera libera anche se caotica.

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