Immaginazione, identità e globalizzazione

In un libro di alcuni fa, Modernità in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione, Arjun Appadurai, indiano trapiantato negli Stati Uniti, sottolineava l’importanza e la forza dell’immaginazione come strumento di agency, di capacità progettuale individuale e collettiva, soprattutto in un contesto come quello contemporaneo in cui ci si trova di fronte a “immagini in movimento che incrociano spettatori deterritorializzati”: “Questa relazione mobile e imprevedibile tra eventi mass-mediatici e pubblici migranti definisce il nucleo della relazione tra la globalizzazione e il moderno. […] L’opera dell’immaginazione, vista in questo contesto, non è né completamente libera né completamente sotto controllo, ma è invece uno spazio di contesa in cui gli individui e i gruppi cercano di annettere il globale entro le loro pratiche del moderno.” Solo grazie ad uno sforzo di immaginazione che agisca all’interno di questo “spazio di contesa” è possibile, mi sembra, ripensare l’identità nazionale italiana, o, dirò meglio, la comunità italiana, evitando il rischio, sottolineato da Mario Calabresi sulla Stampa un po’ di tempo fa, di “stare qui a guardarci l’ombelico, a preoccuparci delle insegne dei negozi, a mettere in competizione gli insegnanti nati a cento chilometri di distanza, a pensare di chiuderci all’interno delle nostre regioni, dimenticando che il mondo corre e può tranquillamente passare oltre.”

L’immaginazione agisce con forza a livello sia della memoria che del desiderio, entrambi cruciali “spazi di contesa” tra il globale e il locale, incarnandosi nelle diverse sceneggiature che organizzano e raccontano i progetti e la vita quotidiana delle persone. Ed è proprio muovendosi tra questi due poli che si può dar vita a una narrazione che non isoli il paese dal mondo che corre, agendo sia su tradizione e memoria (per es. riscoprendo episodi poco o per nulla noti di contatti interculturali avvenuti nel passato) sia su desideri e progetti di vita che rimettano in discussione identità rigide (nuovi immigrati, italiani all’estero). La cosa importante è farlo senza cadere nella trappola del determinismo socioeconomico, secondo cui l’immigrato che viene in Italia lo fa solo ed esclusivamente a causa della situazione di povertà in cui si trovava nel paese d’origine e l’italiano che va all’estero è solo ed esclusivamente un cervello in fuga. Invece mi sembra importante leggere questi fenomeni mettendo in evidenza la dimensione, per quanto piccola possa essere, di progettualità attiva e di costruzione immaginaria dell’identità.

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